STUDI E RICERCHE

26 febbraio 2021

L'Unione Europea e il commercio internazionale

di Antonella Jacoboni

Il 5 agosto 1943 Jean Monnet disse “non ci sarà pace in Europa se gli stati verranno ricostituiti sulla base della sovranità nazionale...gli stati europei sono troppo piccoli per garantire ai loro popoli la necessaria prosperità e lo sviluppo sociale e dovranno unirsi in una federazione”.

Tra il 1945 e il 1950 statisti lungimiranti come A. De Gasperi, R. Shuman, K. Adenauer, W. Churchill gettarono le basi della Comunità Europea dell'Acciaio e del Carbone (CECA), l'embrione della futura Unione Europea nacque il 18 aprile 1951 a Parigi dove sei paesi, tra cui l'Italia, firmarono il trattato costitutivo.

 

Che cosa è l'Unione Europea?

E’ un'unione economica e politica tra 27 paesi che coprono buona parte del continente.

L'UE è una delle economie più grandi insieme alla Cina ed agli Usa, pur avendo solo il 7% della popolazione mondiale. E’ tra le prime potenze commerciali con circa il 30% di tutte le importazioni ed esportazioni e fa quindi sentire il suo peso nel commercio internazionale; il suo potere negoziale è molto più forte di quello di qualsiasi singolo stato membro. È uno spazio economicamente integrato, con un apparato di istituzioni politiche comuni che non inficiano la sussistenza dei vecchi stati nazionali.

 

E’ molto orientata ai mercati esteri con un Pil di circa 15.000 miliardi di euro nel 2019; ed esportazioni di beni e servizi pari a 3.142 miliardi di euro e 2.842 miliardi di euro di importazioni, sempre di beni e servizi sempre nel 2019; svolge un ruolo centrale nell'Organizzazione Mondiale del Commercio. (dati Parlamento europeo ottobre 2020 e Ragioneria Generale dello Stato 2020)

L'apertura economica ha comportato molti vantaggi: 30 milioni di posti di lavoro nell'UE dipendono dal commercio estero, ma si prevede che il 90% della crescita economica globale nei prossimi 15 anni sarà generato fuori dall'Europa.

 

I progressi tecnologici hanno modificato il commercio internazionale. L'informatizzazione ha reso possibile l'import-export di beni e servizi che un tempo non avrebbero potuto essere scambiati. Oggi l'economia mondiale è molto integrata e le catene di forniture globali hanno largamente sostituito il commercio tradizionale di prodotti finiti. L'Unione Europea negli ultimi anni ha abbandonato le produzioni ad alta intensità di manodopera e a basso valore per dedicarsi a prodotti a forte impatto tecnologico.

 

Il libero scambio fra gli stati membri era ed è uno dei principi fondanti dell'UE. Nel 1968 tutti i dazi e le restrizioni doganali vennero abolite tra i paesi della allora Comunità Economica Europea (CEE). Oggi è in vigore una tariffa doganale comune che sostituisce quelle dei singoli stati sulle merci provenienti dal resto del mondo, la politica commerciale poggia su una tariffa esterna comune, i dazi, applicata in maniera uniforme in tutti i 27 stati. Esiste una unica area commerciale dove tutte le merci circolano liberamente sia esse state prodotte nella UE o importate da oltre confine UE. Non ci sono dazi tra le frontiere dei 27 stati e le 27 dogane nazionali agiscono secondo un unico Codice Doganale dell'Unione per gestire le operazioni di import- export. I dazi riscossi dalle dogane ammontano a oltre 10 miliardi euro l'anno e fanno parte del bilancio complessivo europeo.

 

 

Il mercato unico ha incrementato gli scambi tra i paesi membri della UE.

 

L'importazione di beni e servizi da paesi extra-EU ha spinto le aziende europee ad essere più competitive, offrendo ai consumatori una scelta più ampia e prezzi più bassi. Il commercio dell'Unione ne ha tratto un grande impulso ed attualmente la UE è tra i più grandi esportatori al mondo di beni e servizi e, a sua volta, il più grande mercato di esportazione in circa 80 paesi.

Nel 2019 i maggiori partner commerciali sono stati gli Usa per le esportazioni e la Cina per le importazioni. La Cina è il principale fornitore di merci dell'UE, seguita da Stati Uniti e Regno Unito.

 

Le esportazioni totali nel 2019 sono aumentate del 3,7% rispetto all'anno precedente, mentre le importazioni sono aumentate del 4,1%. Gli Stati Uniti sono il paese più importante di destinazione dei beni esportati dall'UE nel 2019, seguiti da Regno Unito, Cina, Svizzera e Russia.

Il valore dello scambio internazionale di merci supera notevolmente quello dei servizi di circa tre volte. (dati Parlamento europeo ottobre 2020)

L'Unione Europea è responsabile della politica commerciale degli stati membri e negozia gli accordi: parlando con una voce sola ha un peso maggiore nelle trattative internazionali rispetto ai singoli governi. “L’Europa è troppo grande per essere unita. Ma è troppo piccola per essere divisa. Il suo doppio destino è qui” (Daniel Faucher)

 

Molti sono gli accordi di libero scambio negoziati dall'Unione con altre nazioni, tra i tanti va ricordato quello con il Giappone, il Canada, il Messico, la Turchia ed infine la Gran Bretagna del dopo Brexit. Grazie a questi le imprese europee possono esportare servizi e merci fuori dall’UE e beneficiare delle economie di scala, stimolate dal mercato unico. Inoltre le aziende straniere che vogliono esportare nell'UE devono soddisfare gli stessi standard elevati di quelle europee e quindi non c'è alcun rischio di concorrenza sleale.

 

L’Unione Europea e la Cina hanno recentemente annunciato l'accordo politico bilaterale “Comprehensive Agreement on Investment” (CAI): vengono introdotte maggiori tutele e maggiore trasparenza per le aziende europee che vogliono operare nel mercato cinese che secondo l'OCSE è uno dei più chiusi al mondo. Nel 2020 Pechino è diventata il primo partner commerciale della UE e quasi il 40% di questo interscambio fa capo alla Germania. Le più importanti industrie automobilistiche tedesche sono dipendenti dal mercato cinese e gran parte della componentistica viene prodotta da aziende italiane. La tecnologia del nostro parse è essenziale per il comparto tedesco senza la quale non potrebbe raggiungere l'eccellenza per il quale è famoso.

Ciò è avvenuto a poca distanza dalla conclusione di un importante accordo di libero scambio, il “Regional Comprehensive Economic Partnership”, siglato tra i paesi dell’ASEAN più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Va evidenziato che il Giappone, la Corea del Sud e Singapore sono storici alleati degli Stati Uniti.

 

Bastano pochi dati per comprenderne l’importanza strategica: il RCEP creerà un’area di cooperazione economica di 2,2 miliardi di persone, che producono il 30% del Pil mondiale e il 27,4 % del commercio globali. Il gruppo dei paesi membri copre il 50% della produzione manifatturiera globale, il 50% della produzione automobilistica e il 70% di quella elettronica. I paesi che ne fanno parte si impegnano a eliminare le barriere tariffarie e non tariffarie che limitano la libera circolazione di beni e servizi, ma mantengono ciascuno una politica commerciale indipendente nei confronti di nazioni non appartenenti all'area di scambio.

 

La Cina in questo momento è il motore principale nel processo di formazione del mega sistema commerciale asiatico e sta mettendo in discussione l’ordine unipolare occidentale voluto dagli Stati Uniti. Pechino ha saputo tessere rapporti con gli stati vicini ed oggi è più che mai la grande protagonista del commercio mondiale. I dirigenti del Partito comunista ambiscono al controllo delle rotte marittime del sud est asiatico ed hanno coinvolto le nazioni limitrofe con un uso geopolitico degli scambi commerciali.

Gli Usa invece sono indeboliti da una deriva politica inimmaginabile per una grande potenza economica e militare e sono alle prese con una pandemia che ha causato oltre 500 mila morti (dati New York Times del 24 febbraio 2021) un numero più elevato di quello dei soldati statunitensi caduti nella seconda guerra mondiale, nella guerra di Corea e in quella del Vietnam messe insieme.

La diffusione del COVID-19 ha ridotto in modo sostanziale nel primo semestre del 2020 gli scambi internazionali di merci, compresi quelli dell'UE con i suoi principali partner.

Secondo le statistiche pubblicate dal WTO il 18 dicembre 2020 i volumi del commercio globale di merci sono rimbalzati nel terzo trimestre del 2020 dal profondo crollo del secondo trimestre causato dalla crisi del COVID-19 e il rally del terzo trimestre ha contribuito a limitare la contrazione del commercio mondiale dall'inizio dell'anno. Il volume del commercio mondiale di merci per i primi tre trimestri del 2020 è in calo del 8,2 % rispetto allo stesso periodo dello scorso anno ed è inferiore al previsto -9,2% per l'intero 2020 nelle più recenti previsioni del WTO, ma la crescita per tutto il 2020 dipenderà in gran parte da come la seconda ondata della pandemia ha inciso sugli scambi del quarto trimestre.

 

E’ impossibile che l'import- export torni rapidamente ai livelli pre-crisi con gravi costi economici e sociali e per per fronteggiare tutto questo la politica europea ha avuto una veloce conversione dottrinale. Dai rigidi criteri ragionieristici come il pareggio di bilancio, dal non intervento dello stato nel capitale delle imprese, dalla lotta all'inflazione, si è passati ad una nuova visione fondata sul deficit di bilancio, sull'intervento statale nel capitale privato, sulla condivisione della politica monetaria ultra espansiva della Bce, fino al Recovery Fund

Come non ricordare i pesanti sacrifici a cui è stata obbligata la Grecia in anni non lontani: “al posto degli uomini abbiamo sostituito i numeri e alla compassione per le sofferenze umane abbiamo sostituito l'assillo dei riequilibri contabili” disse profeticamente l'economista Federico Caffè. .

Il vento dei nazionalismi che si aggira tra gli stati europei può far collassare l'architettura della UE: “la vera libertà individuale non può esistere senza sicurezza economica ed indipendenza. La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature” “Non chiederei a nessuno di difendere una democrazia che a sua volta non difenda ciascun membro della nazione dalla privazione e dal bisogno” (F.D. Roosevelt).

 

L'economia dei 27 stati deve risollevarsi rapidamente.

L'Unione Europea ha di fronte a sé molte sfide: una pandemia sanitaria che si può trasformare in pandemia sociale, un mondo globalizzato che cambia velocemente ed è segnato da pulsioni disgregatrici dove i vecchi equilibri e le ormai obsolete organizzazioni internazionali faticano a gestire le relazioni tra stati; la Cina in ascesa geopolitica e gli Usa in declino si contenderanno sempre di più la supremazia commerciale.

 

Questo è il momento delle scelte coraggiose.

L' Europa può rafforzare la sua influenza e diventare il punto di equilibrio e di dialogo in un mondo disorientato.

Molti sostengono che questo sarà il secolo asiatico, in particolare cinese. Se l'Unione avrà la capacità di attirare attorno a sé nazioni che ancora non hanno deciso con chi schierarsi e che si trovano in regioni strategiche come l'Asia Centrale, l'America Latina, il Medio ed Estremo Oriente, questo le permetterà di accedere facilmente a risorse energetiche e naturali presenti in tali zone e di instaurare rapporti preferenziali con i governi locali che si riveleranno decisivi per il commercio nei prossimi anni.

Dalla crisi dell’egemonia occidentale sta nascendo un sistema mondiale multipolare e la UE può ritagliarsi un ruolo da protagonista ed evitare una irrilevanza geopolitica che la condannerebbe ad un declino anche mercantile.

L'Unione deve riconquistare una unità di intenti, muoversi all'unisono e parlare con una sola voce.

“L'Europa ha bisogno di un'anima” ha detto Jacques Delors e l'economista Jean Paul Fitoussi “attualmente l'Europa è una nave senza timone” e si corre il rischio che “la nave sia in mano al cuoco di bordo e la parole che trasmette il megafono del comandante non riguardino più la rotta, ma quello che si mangerà domani” (S. Kierkegaard filosofo).

 

* Antonella Jacoboni è ricercatrice presso il Dipartimento di Economia dell'Università degli Studi di Perugia | antonella.jacoboni@unipg.it



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