STUDI E RICERCHE

26 novembre 2019

Le strategie commerciali Canada-UE: una minaccia per il Made in Italy?

di Antonella Jacoboni

Il nostro agroalimentare si trova a dover gestire contemporaneamente le conseguenze dei dazi statunitensi legate alla sentenza del WTO per il dossier Airbus, le incertezze di una Brexit ancora vaga, i rischi derivanti da un accordo come il CETA che penalizza comparti come quello del caseario italiano, mentre è in atto un rallentamento dell'economia mondiale causata dalle politiche protezionistiche Usa. Il Parlamento italiano non ha ancora votato a favore della ratifica del CETA e si è in tempo per chiedere importanti modifiche a Bruxelles. Ci sarà la volontà e la capacità di farlo?

Il Canada è il secondo paese per estensione nel mondo, dopo la  Russia, con un territorio di 9 milioni di kmq e con 38 milioni di abitanti; ha un diffuso benessere grazie ad un reddito  pro capite elevato pari a quello della Germania e della Svezia: è il terzo detentore mondiale di riserve petrolifere (sabbie bituminose) dopo l'Arabia Saudita e il Venezuela. Importanti sono i giacimenti di gas naturale e minerali tra cui uranio (primo produttore al mondo), zinco, nichel (secondo produttore al mondo) e rame (terzo produttore al mondo). Ci sono poi miniere di carbone, potassio, alluminio (bauxite), ferro, piombo, oro e sale (halite) (dati Farnesina InfoMercatiEsteri del 23 settembre 2019).

Il Pil nel 2018 stato di circa 1.800 miliardi di dollari con un tasso di crescita del 1,8% rispetto al 2017. Il sistema pensionistico e i programmi di sostegno alle famiglie e ai disoccupati sono amministrati dal Governo federale. L’assistenza sanitaria è gratuita ed universale.

La sua appartenenza geopolitica all'anglosfera è conosciuta e le sue alleanze guardano verso Washington. Ha una economia molto integrata con quella degli Stati Uniti che nel 2018 hanno rappresentato il 75% dell’export canadese di merci e il 51% delle importazioni e sono anche la prima fonte di investimenti in Canada (49% del totale) e la prima meta degli investimenti canadesi (45%) (dati US Census Bureau Trade in goods 2019). Entrambi beneficiano dell’accordo di libero scambio nordamericano NAFTA da poco rinegoziato e trasformato in USMCA.
“Il Canada é il perno del mondo anglofono. Da una parte le amichevoli, intime relazioni con gli Stati Uniti. Dall’altra la sua incrollabile fedeltà al Commonwealth britannico e alla madrepatria” (Winston Churchill da L. Di Muro LIMES on-line del 13/6/2019).

La strategia del governo canadese è quella di affiancare il suo potente vicino nelle diverse contese internazionali ed è quindi coinvolto nella sfida tra Stati Uniti e Cina. Questo spiega perché è stata accettata la richiesta statunitense di  arrestare Meng Wanzhou, vicepresidente e figlia del fondatore di Huawei, nonostante la Cina sia un importante partner commerciale di Ottawa. Pechino ha risposto con la sospensione  delle importazioni alimentari di carne suina accusando il Canada di aver falsificato alcuni documenti doganali per nascondere la presenza di "residui di ractopamina", un farmaco ad azione stimolante impiegato come additivo nei mangimi, vietato dalla  normativa cinese, ma anche da quella della UE.  E' legato al Commonwealth, ma il lento declino della Gran Bretagna spinge da diversi anni il paese nord americano a cercare rapporti più stretti con l'Unione Europea.

In questa ottica nella primavera del 2009 è iniziata la trattativa durata 5 anni tra UE e Canada  per il CETA “Comprehensive Economic and Trade Agreement” (Accordo Economico e Commerciale Globale) che si è conclusa con la firma del testo a Bruxelles il 30 ottobre 2016.

Il CETA è stato accolto da alcuni con entusiasmo, da altri con molti dubbi e non soltanto per l’aspetto economico, ma anche per le ricadute sull’occupazione, sulla sicurezza alimentare e perché  potrebbe rappresentare un modello e un precedente per negoziati futuri come quelli con il MERCONSUR (il Mercato comune dell'America Meridionale).

L’obiettivo  è quello di aumentare gli scambi di merci, di servizi e di investimenti a vantaggio di entrambi i partner. E' un accordo tra economie occidentali evolute ed industrializzate con un insieme di valori e di tradizioni comuni e che permette alla UE di superare l’attuale svantaggio che le sue imprese hanno sul mercato canadese rispetto alle concorrenti statunitensi. Il 15 febbraio 2017 il Parlamento europeo lo ha approvato a larga maggioranza.  

E' entrato in vigore in via provvisoria nelle sue parti fondamentali a partire dal 21 settembre 2017, per le materie che rientrano nella competenza della Unione Europea, come le norme tariffarie e daziarie, ma per essere definitivamente operativo necessita della ratifica dei Parlamenti dei paesi dell’UE. E' infatti un "mixed agreement" cioè un accordo misto la cui competenza non è soltanto comunitaria, ma è condivisa con gli Stati membri. Ciò significa che se anche un singolo Parlamento esprimerà un voto contrario, il trattato non potrà entrare in vigore.

Il Canada è il dodicesimo partner commerciale dell'Unione Europea, mentre la UE è il secondo partner commerciale per il paese nord atlantico dopo gli Usa, e rappresenta il 10% delle sue esportazioni. Nel 2018 l'interscambio è di circa 72,3 miliardi di euro  e nel 2017 la UE ha esportato in Canada circa 14.4 miliardi di euro di beni e sevizi  in più di quanto abbia importato sempre da Ottawa (dati Commissione europea del 17/4/2019).

Con il CETA si ha l’abbattimento del 98,4% dei dazi doganali sui prodotti industriali ed agricoli e la maggior parte di essi sarà eliminata non appena il trattato entrerà in vigore in modo definitivo. Questo si rifletterà sul prezzo finale delle merci permettendo alle imprese di essere più competitive e l’apertura dei mercati consentirà di utilizzare materiali, componentistica e tecnologie della controparte per la fabbricazione dei manufatti. Sarà più facile per le imprese UE partecipare agli appalti pubblici in Canada e fornire servizi ambientali, nel campo delle telecomunicazioni e della finanza, sia a livello del Governo federale che di quelli delle province e dei municipi. Per i cittadini dell'UE sarà più semplice lavorare nel paese nord americano grazie al riconoscimento bilaterale di alcune qualifiche e i professionisti potranno prestare temporaneamente servizi legali, contabili, di architettura ecc.

C'è un altro aspetto importante: la reciproca approvazione dei certificati di valutazione della conformità e delle norme in materia di salute, sicurezza, protezione dei consumatori del paese importatore. I settori interessati sono quelli dei prodotti elettrici, delle apparecchiature elettroniche e radiofoniche, dei giocattoli, dei macchinari e degli strumenti di misurazione. Si eviterà che per la stessa categoria merceologica siano effettuate due serie di controlli uno dalle autorità canadesi ed uno da quelle europee.

Per quanto riguarda l'Italia nel 2018 l'export verso il Canada è stato di circa 4,1 miliardi di euro: la meccanica strumentale con 764,7 milioni, gli alimentari e le bevande 600,9 milioni, il tessile e l' abbigliamento 400,2 milioni, la chimica 246,5 milioni, i mezzi di trasporto 240,9 milioni, ecc.. mentre l'import è stato di circa 1,5 miliardi di euro (dati Sace Simest 2019). La bilancia commerciale è favorevole all’Italia con un saldo positivo importante: circa 2,6 miliardi di euro.

Con l’entrata in vigore del CETA i dazi doganali dei prodotti agricoli, di quelli alimentari trasformati e delle bevande, delle specialità tradizionali europee DOP (Denominazione di Origine Protetta) ed IGP (Indicazione Geografica Protetta) scompaiono. L'accordo prevede solo una tutela amministrativa, ma non penale sul mercato canadese, di 173 indicazioni geografiche europee di cui 41 italiane; in Europa le DOP  sono 1794 e le IGP 1173, solo quelle italiane sono 575 le DOP e 248 le IGP (dati Qualivita del 25 /9/2019). Tale protezione dei marchi geografici non impedisce l’uso in Canada di quelli analoghi per coloro che abbiano già registrato o usato commercialmente tali indicazioni prima del 18/10/2013, dunque sarà prodotto e venduto “Prosciutto di Parma” canadese in coesistenza con la  DOP italiana.

La Coldiretti  ha evidenziato che nel 2018, ad un anno di applicazione dell'accordo di libero scambio UE Canada, nel paese nord atlantico nei primi 6 mesi del 2018  sono stati prodotti circa 5,6 milioni di kg. di falso Parmigiano Reggiano, il Parmesan, 1,9 milioni di kg. di Provolone che imita quello italiano ed addirittura 364mila kg. di un formaggio etichettato come “Friulano” (dati Coldiretti del 28 settembre 2018). “Il CETA permette la “fabbricazione sufficiente” che consente di indicare come originario di una zona geografica un prodotto che contenga materiali non originari in percentuali definite e questo in combinazione con le regole doganali ne rende impossibile evidenziarne la reale provenienza”, mette in risalto  la Coldiretti  con un comunicato del 4 luglio 2017.

Sempre la Coldiretti ci informa che in Canada su dieci formaggi di tipo italiano in vendita sono falsi quasi nove formaggi e che il CETA ha legittimato, nella sostanza, le imitazioni del ”Made in Italy” che utilizzano i nomi di Asiago, Fontina, Gorgonzola, Prosciutto di Parma e San Daniele. Inoltre la Coldiretti fa sapere che “la produzione di falsi Parmigiano Reggiano e Grana Padano, a partire dal Parmesan, ha superato nel mondo quella degli originali con il diffondersi di prodotti di imitazione in tutti i continenti che toglie spazi di mercato ai simboli del “made in Italy” (dati Coldiretti del 5 ottobre 2019).

L'Italia è una delle  maggiori vittime dell' agropirateria internazionale che fattura oltre 60 miliardi di euro ogni anno, utilizzando le diciture più conosciute ed acquistate. La nostra tradizione agroalimentare è molto apprezzata e da anni si è creato un mercato mondiale parallelo costituito da  prodotti falsi, spesso di scarsa qualità. Siamo il primo paese europeo  per numero di Dop (Denominazione di origine protetta), Igp (Indicazione Gegrafica Protetta) e Stg (Specialità Tradizionale Garantita), un patrimonio unico, dice la Coldiretti, ottenuto nel 92% dei casi in comuni italiani al di sotto dei 5mila abitanti con l'impiego di 83.695 operatori (dati Coldiretti 15 gennaio 2018).  I prodotti alimentari e la cucina tradizionale ad essi legata sono inoltre un  volano per  tutto il settore turistico italiano.

Il CETA potrebbe penalizzare le produzioni locali in favore delle multinazionali canadesi del settore alimentare, ma anche di quelle statunitensi grazie all'accordo di libero scambio esistente tra Canada ed Usa.    

Altro elemento controverso è “il principio di precauzione” applicato in modo vincolante nell'Unione Europea, ma non da Ottawa per quanto riguarda il commercio. Che cosa è il “il principio di precauzione”? (art. 191 del Trattato sul funzionamento della UE) "Il suo scopo è garantire un alto livello di protezione dell’ambiente grazie a prese di posizione preventive in caso di rischio. Tuttavia, nella pratica, il campo di applicazione del principio è molto più vasto e si estende anche alla politica dei consumatori, alla legislazione europea sugli alimenti, alla salute umana, animale e vegetale"(Comunicazione della Commissione europea sul ricorso al principio di precauzione COM 2000 1 final del 2 febbraio 2000). Con il CETA si ha una regolamentazione meno restrittiva di quella europea e più commerciale, non basta il solo sospetto di pericolosità come avviene in Europa, ma si deve avere anche una evidenza scientifica e danni conclamati e non ci deve essere una restrizione del commercio internazionale. Per gli Ogm (Organismi Geneticamente Modificati), il cui uso è vietato in Italia, in caso di disaccordo scientifico si applica al massimo un divieto temporaneo, con una interpretazione del "principio di precauzione" molto più blanda rispetto a quella che si attua nella UE. Parimenti avviene per il "principio di equivalenza" delle misure sanitarie e fitosanitarie che potrebbe consentire ai prodotti canadesi di non sottostare a nuovi controlli nei paesi in cui saranno commercializzati, però l'applicazione del principio non è obbligatoria, ma facoltativa.

La legislazione di Ottawa permette in agricoltura l'utilizzo di diverse sostanze chimiche che invece sono vietate da Bruxelles come acefato, carbaryl,carbendazim, paraquat di cui è stata provata  o si hanno sospetti di effetti cancerogeni, neurotossici e comunque tossici per l'uomo e l'ambiente (dati Coldiretti del giugno 2017). Inoltre nella zootecnia sono impiegati gli ormoni che favoriscono la crescita e che sono vietati nella UE (Direttiva 96/22/CE modificata dalla Direttiva 2003/74/CE); la UE nel 2012 ha posto fine ad una controversia commerciale ventennale presso il WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) con il  Canada che ha rinunciato all'uso degli ormoni per le carni  di alta qualità da esportare in Europa.

Gli agricoltori francesi hanno mostrato gli stessi dubbi di quelli italiani ed in occasione dell'approvazione della ratifica del CETA da parte del Parlamento di Parigi,  il 23 luglio 2019, hanno diramato un comunicato secondo il quale ”il Canada, insieme a una quindicina di paesi, tra cui il Brasile, critica le norme europee eccessivamente rigide dell'Organizzazione Mondiale del Commercio e cerca di contrastarle. Una volta ratificato il CETA, il Canada sarà in grado di rivolgersi al tribunale arbitrale (ICS) per difendere i propri interessi verso standard meno restrittivi. Sono gli standard sanitari, ambientali e di qualità della Francia e dell'Europa, richiesti ogni giorno ai nostri agricoltori, che sono stati respinti da questo voto”.

Che cosa è l'ICS?  E' un meccanismo di risoluzione delle controversie tra i Governi e gli investitori privati, Investment Court System (ICS) (Sistema Giurisdizionale per gli Investimenti), che prevede un tribunale permanente e un tribunale di appello. Non saranno tribunali temporanei e i giudici saranno nominati dalla UE e dal Canada sulla base di requisiti di professionalità ed indipendenza, ma, va sottolineato, non saranno giudici togati cioè non apparterranno alla magistratura dello Stato sovrano dove è avvenuto il motivo della controversia. E' un tribunale al quale possono ricorrere gli investitori privati  citando in giudizio i Governi  in un numero limitato di casi ben definiti, quando ci sia una violazione delle disposizioni del CETA e qualora si abbia una discriminazione nei confronti dell'investitore in base alla sua nazionalità, ma non potranno farlo solo perché rischiano di perdere gli utili. Un'impresa dovrà dimostrare che un'autorità pubblica ha violato le disposizioni dell'accordo e non ci sarà la possibilità per i membri del tribunale di interpretare l'accordo liberamente (dati Commissione europea 7 luglio 2019).

Secondo  A. Cascioli  di Slowfood  (26 settembre 2017) l'ICS offre ai privati un potere di intervento e di tutela, ma non lo controbilancia con un  pari rafforzamento delle prerogative degli Stati e degli enti pubblici.  Ma la Corte di Giustizia dell’Ue, con seduta plenaria del 30 aprile 2019, ha emesso un parere secondo il quale la procedura di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati, prevista dal CETA, è in linea con il diritto dell'Unione.

Non si comprende perché la UE debba accettare il Sistema Giurisdizionale per gli Investimenti, che è la privatizzazione della risoluzione di importanti controversie commerciali affidate ad organi non giurisdizionali, che possono potenzialmente ledere la sovranità dei singoli Stati.

Il nostro Ministero per la Sviluppo Economico informa che nel primo anno di applicazione dell’accordo l’export italiano in Canada è complessivamente aumentato del +3,8%, mentre l’interscambio ha registrato un +2,3%. Nello stesso periodo di riferimento, il settore italiano agroalimentare ha visto un aumento del +5,9 %, il comparto dei vini in particolare del +2,8 %, il  calzaturiero del +4,3%, quello degli articoli in pelle del +1,3%. La nostra industria manifatturiera, secondo Confindustria, ne esce rafforzata, ma lo stesso non si può dire per il comparto agroalimentare che apparentemente ha aumentato il suo volume di export.

La Coldiretti focalizza  la sua attenzione sul settore caseario dove nei primi mesi del 2019 è crollato l’export dei formaggi italiani verso il Canada con il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano che registrano un -32%, il Provolone un -33%, il Gorgonzola un -48%, il Fiore Sardo e il Pecorino Romano -46% e l'Asiago, il Caciocavallo, il Montasio e il Ragusano -44% (dati Coldiretti su dati Istat relativi al primo semestre del 2019).

La domanda da farsi è: se il CETA fosse stato negoziato con più accortezza le nostre esportazioni sarebbero state ancora maggiori? Quindi dovremmo riflettere non solo su quanto abbiamo migliorato, ma su quanto abbiamo perso per un trattato che si sta rivelando non del tutto soddisfacente.

L'Unione Europea ha circa 500 milioni di potenziali consumatori, il Canada circa 38 milioni e ci si chiede, perché correre il rischio di mettere in pericolo importanti filiere dell'agroalimentare e del turismo eno-gastronomico dei paesi mediterranei per inseguire un accordo economico e commerciale con una nazione che ha un bacino di utenza non solo limitato rispetto a quello europeo, ma che potrebbe essere un “corridoio” per le multinazionali Usa dell'industria alimentare per entrare nel mercato europeo. La National Milk Producers Federation Usa (Associazione dei produttori di latte) ha già dichiarato la volontà del governo americano di non riconoscere le indicazioni geografiche europee (DOP ed IGP) e chiede anche di vendere le imitazioni dei formaggi italiani nell'Unione Europea (dati sito ufficiale Consorzio del Parmigiano Reggiano del 5 ottobre 2019) .  

Il nostro agroalimentare si trova a dover gestire contemporaneamente le conseguenze dei dazi statunitensi legate alla sentenza del WTO per il dossier Airbus, le incertezze di una Brexit ancora vaga, i rischi derivanti da un accordo come il CETA che penalizza comparti come quello del caseario italiano, mentre è in atto un rallentamento dell'economia mondiale causata dalle politiche protezionistiche Usa. Il Parlamento italiano non ha ancora votato a favore della ratifica  del CETA e si è in tempo per chiedere importanti modifiche a Bruxelles. Ci sarà la volontà e la capacità di farlo?

 

* Antonella Jacoboni è ricercatrice presso il Dipartimento di Economia dell'Università degli Studi di Perugia | antonella.jacoboni@unipg.it