STUDI E RICERCHE

12 aprile 2019

Le Nuove Vie della Seta

di Antonella Jacoboni

Nel 1271 Marco Polo insieme al padre ed allo zio lasciarono Venezia per raggiungere il Catai, nella Cina del nord, dove risiedeva Kublai Khan imperatore dei Mongoli, nipote di Gengis Khan il conquistatore della Cina. Il viaggio durò quattro anni ed arrivarono nella capitale Khanbaliq (l'odierna Pechino) dopo aver percorso la storica Via della Seta, una rete di strade carovaniere che dalla dinastia Han (206 a.C.- 220 d.C.) fino al 1400 collegò L'Europa con l'Oriente;  fu chiamata così perché grazie a questa rotta giungeva in Occidente la preziosissima  e rarissima seta di cui i cinesi avevano il monopolio della produzione.

Nel settembre del 2013 il presidente Xi Jinping ha annunciato l'intenzione di avviare il gigantesco progetto infrastrutturale chiamato La Nuova Via della Seta (One Belt One Road, Una Cintura Una Strada) che metterà in comunicazione l'estremo Oriente con il Mediterraneo, coinvolgendo il continente africano; ma sarebbe più esatto parlare di Nuove Vie della Seta: una marittima, una terrestre e forse una polare che si dovrebbe snodare lungo le rotte artiche.

Il progetto interessa un'area geograficamente molto estesa: la Via terrestre attraverserà l'Asia Centrale fino a raggiungere l'Europa, mentre la Via marittima passerà per l'Oceano Pacifico, l'Oceano Indiano fino all'Africa e al Mediterraneo. Coinvolgerà circa 4,4 miliardi di persone, il 63% della popolazione globale con una produttività collettiva totale di 21 mila miliardi di dollari e cioè il 29% del Pil mondiale e il 40% degli scambi commerciali internazionali. (dati Farnesina, Ministero Affari Esteri del 17 aprile 2018)

Circa settanta Stati saranno interessati in un modello geopolitico inclusivo. Che cosa significa? Secondo il presidente Xi Jinping questo piano di  reti di comunicazione terrestri e marittime tra Cina, Russia, Repubbliche euroasiatiche, Africa ed Europa sarà un elemento di potenziamento economico; infatti, affinché le merci  che partono dalla Cina possano arrivare in Europa e viceversa, ci dovrà essere una cooperazione politica, economica e commerciale delle nazioni interessate, con una forte integrazione dei mercati e delle infrastrutture. Per quanto riguarda la Via della Seta terrestre verrà utilizzato sia il complesso degli impianti e delle installazioni già esistenti, come reti ferroviarie, ponti, strade, centrali elettriche, ecc, che saranno tecnologicamente ammodernati e resi omogenei tra loro, sia quelli di nuova costruzione;  in entrambi i casi Pechino finanzierà  solo in parte gli interventi e chiede al resto del mondo  di partecipare e di contribuire a costruire questa grande opera, che una volta realizzata, permetterà di movimentare 500 mila containers l'anno che percorreranno la tratta Cina Europa in tre settimane invece che in cinque.

E' stata progettata anche una linea ferroviaria ad alta velocità per passeggeri che colleghi la Cina all'Europa attraversando la Russia.

Per la Via marittima è previsto un tracciato che parte dal porto cinese di Futhzou, passa per l'Oceano Indiano toccando la Malesia, arriva in Africa nel Mar Rosso, poi fino al Canale  Suez e da qui nel Mediterraneo per i porti del Pireo, di Trieste e forse di Genova. Nel 2016 la compagnia di stato cinese Cosco (China Ocean Shipping Group Company) che fornisce servizi di spedizioni e di logistica con sede a Pechino, nonché azionista di maggioranza del porto di Shanghai, ha acquistato per 280 milioni di  dollari il 68% del porto del Pireo, approfittando di un momento in cui l'Unione Europea, invece di fare quadrato attorno ad Atene, l'ha umiliata, ed indebolendola economicamente l'ha esposta ai piani espansionistici di Pechino. “Un esercito confuso conduce all'altrui vittoria” (Sun Tzu  “L'Arte della guerra”).

Nel giugno del 2017 l'agenzia di stampa  ufficiale del governo cinese Xinhua  ha riportato le parole del vice-ministro greco dello Sviluppo, Stergios Pitsiorlas: “L’attuale accordo con il porto di Shanghai è molto importante: significa che attraverso il Pireo saranno spedite enormi quantità di merci dalla Cina al resto del mondo”. Nel 2017 il porto di Shanghai ha segnato il record mondiale per la capacità di movimentazione annuale delle merci: il Dragone è già presente nel Mare Nostrum.

E' complesso quantificare il costo dell’iniziativa proposta da Xi Jinping: gli studi a riguardo, hanno  evidenziato stime variabili tra i 4mila e gli 8mila miliardi di dollari, lungo un arco temporale non definito. Il progetto OBOR non è sostenuto solo da Pechino, i singoli Stati interessati al piano stanno finanziando gli investimenti con le risorse nazionali a sostegno delle proprie imprese. L’impegno economico previsto è enorme, ma la Cina ritiene di essere in grado di garantire in parte la copertura economico-finanziaria attraverso  un fondo apposito, il Silk Road Fund (40 miliardi di dollari) e la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture (AIIB) con una dotazione di 100 miliardi di dollari, operativa dal maggio 2016 con 55 nazioni fondatrici, tra cui l'Italia; il 48% del capitale sottoscritto è controllato dai BRICS, Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. Inoltre saranno presenti la Industrial and Commercial Bank of China, con 430 miliardi di dollari, e la CITIC Group con 113 miliardi.

La Cina ha deciso di impegnarsi con la Nuova Via della Seta, perché è un varco di penetrazione verso l’Asia centrale e occidentale, zone ricche di materie prime e di fonti energetiche, i paesi che si trovano attorno al Mar Caspio hanno riserve di petrolio e di gas naturale pari a circa il 19% di quelle mondiali ed inoltre la Russia, la Turchia e l'Iran sono pronti ad approfittare dell’occasione per tornare a essere  dei protagonisti della geopolitica.  In questo modo Pechino può legare a se le vaste aree euroasiatiche e diminuire la propria dipendenza dalla vie marittime dalle quali transita circa il 95% del commercio cinese (dati Aspenia del 2016), vie che includono anche le rotte per il rifornimento petrolifero. Gli Usa sono  presenti nell'area con la loro marina militare: 375 mila uomini, 200 navi e 110 aerei (dati Limes del 26 aprile 2016), e presidiano lo  strategico Stretto di Malacca e tutti i percorsi marittimi del Mare della Cina. Gli Stati Uniti possono bloccare non solo le rotte mercantili, ma anche quelle petrolifere paralizzando la vita economica cinese. “Non è una esagerazione affermare che chiunque gestisca lo stretto di Malacca ha in pugno la Cina” sostiene il Dragone: da quello stretto passa il 30% del gas e l'82% del petrolio  destinato a Pechino.

 

(nella mappa, lo stretto di Malacca)

E' la nuova visione del mondo della classe politica cinese: le nazioni non sono più definite dai loro confini, ma da flussi di persone che si spostano facilmente da un paese all'altro e da legami finanziari, commerciali ed energetici che si intrecciano quotidianamente.

In tale scenario si svolge il confronto fra Usa, UE e Cina assumendo  forme diverse è messo in discussione il modello atlantico-centrico a favore di uno pacifico-centrico che ha come punto di attrazione non più Washington, ma Pechino.

L'Unione Europea, che si è indebolita lentamente senza più riuscire ad avere una qualche influenza geopolitica nel mondo, da un lato teme il crescente prestigio cinese, dall'altro è consapevole che non si può ignorare la seconda economia del pianeta. In particolare gli scambi commerciali sono sbilanciati a favore del paese asiatico, infatti nel 2017 le importazioni  nella UE di merci cinesi sono state pari a 375 miliardi di dollari, mentre le esportazioni a 198 miliardi.

Lo scopo degli Usa è quello di impedire che la Cina diventi una potenza planetaria riconosciuta e temuta, in un momento storico in cui tutto cambia velocemente; una classe politica europea lungimirante non si dovrebbe limitare a temere l'ascesa di Pechino, ma si dovrebbe porre come elemento di mediazione e di moderazione tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare, ed anche di controllo e contenimento dell'espansionismo cinese, diventando lei, l'Unione Europea, il centro della politica mondiale.

La Cina, nella sua lucida analisi, tiene conto non solo dell’economia, ma anche di criteri politici e culturali. Non è mai stata una potenza coloniale in senso territoriale, ma  ha avuto per millenni una egemonia culturale nel Pacifico meridionale dove il concetto di civiltà si identificava con  il suo modello di ordine sociale e filosofico. Grazie anche a questo il 1° gennaio 2010 è stata possibile la ratifica della CAFTA (China ASEAN Free Trade Area) che è un'area di libero scambio a cui partecipano dieci paesi con circa due miliardi di abitanti e un volume di scambi commerciali che nel 2020 saranno di circa 1200 miliardi di dollari ( dati Aspenia online del 29 ottobre 2018). La CAFTA è nata con lo scopo di ridurre i dazi doganali e le barriere agli investimenti su oltre il 90% dei prodotti dei singoli stati.  A tale accordo si era opposto il presidente B. Obama promuovendo, a sua volta, la TTP (Trans Pacific Partnership) in funzione anti cinese, a cui avevano aderito 12 Stati sia della sponda atlantica che di quella pacifica, compresa l'Australia; accordo poi velocemente cancellato da D. Trump che ha ritirato l'adesione degli Usa.

L'azione geopolitica, economica e commerciale della Repubblica Popolare in questa fase è complessa: guidare la costruzione della Via della Seta marittima e terrestre, attuare il piano di trasformazione della sua economia entro il 2025 e parimenti incentivare l'integrazione dell'area del sud est asiatico tramite  la CAFTA.

Infatti la Cina  sta riconvertendo gradatamente la sua economia con la realizzazione del progetto "Made in China 2025": da un sistema incentrato sulle esportazioni e sugli investimenti stranieri in territorio cinese ad uno in cui prevalgono l'innovazione tecnologica, gli investimenti cinesi all'estero e il rilancio dei consumi interni.

Quando (e se) tutto questo sarà realizzato le importanti decisioni  che governeranno il mondo non saranno più prese a Washington, ma a Pechino.

Gli Stati Uniti e l'Europa sono preoccupati della dinamicità e della gigantesca progettualità del Dragone, resa possibile dalle enormi riserve valutarie. Dovrebbero ricordare, in particolare gli Usa, che il costo delle guerre in Iraq, Afganistan, Siria e Pakistan, dal 2001 ad oggi, è stato di circa 6 mila miliardi di dollari; come emerge da un rapporto del Watson Institute for International and Public Affairs della Brown University di Providence Usa (novembre 2018), una cifra pari a quanto preventivato per la Nuova Via della Seta, che invece, è un progetto apparentemente pacifico ed inclusivo, nel quale ogni nazione coinvolta può trovare un suo interesse economico.

“Vince chi sa quando combattere e quando non combattere” (Sun Tzu “ L'Arte della guerra”)

La Cina è l'unico membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell'ONU a non essere stato coinvolto  negli ultimi 30 anni in un conflitto, ha accumulato 3 mila miliardi di riserve valutarie ed ora si appresta a riscrivere le regole del commercio mondiale e forse anche della geopolitica. Tornerà ad essere l'Impero di Mezzo? Al centro di una ragnatela di interessi economici e commerciali che si diramano in tutto del mondo?

“Un vincente trova sempre una via, un perdente sempre una scusa”. (Lao Tse)

“La pazienza è potere: con il tempo e la pazienza, ogni foglia di gelso diventa seta”. (Confucio)

 

* Antonella Jacoboni è ricercatrice presso il Dipartimento di Economia dell'Università degli Studi di Perugia | antonella.jacoboni@unipg.it

 

 

 

 

Bibliografia

AA.VV.  2016  "Cina la grande scelta"   Aspenia  n.73  Editore  Il Sole 24 Ore

Cardini F., Vanoli A. 2017 "La via della seta. Una storia millenaria tre Oriente e Occidente" Editore Il Mulino

Frankopan P.   2019   "Le Vie della Seta. Una nuova storia del mondo"   Editore Mondadori

Khanna P.  2019    “Il secolo asiatico?”  Editore  Fazi