PRIMO PIANO

31 dicembre 2013

Progetto workers buyout

di Valentina Parasecolo

«Qui è dove è finita la loro storia ed è cominciata la nostra », dice Michele Morini indicando un calendario fermo al 2012. Siamo a Trezzano sul Naviglio, vicino a Milano. Lui, ex operaio di una fabbrica che produceva componentistica per grandi aziende automobilistiche, è uno dei protagonisti di una delle decine di esperienze italiane di “workers buyout”. Con questa definizione si indica l’operazione di acquisto di una società da parte dei dipendenti. Quando l’impresa, Srl o Spa che sia, fallisce o si ritira dal mercato, i dipendenti si riuniscono in cooperativa e la rilevano dalla liquidazione, utilizzando il Tfr e l’indennità di mobilità. Nella sua considerazione davanti al calendario, con “loro” Michele intende Maflow, la vecchia azienda chiusa in seguito a discutibili operazioni finanziare della dirigenza e inesistenti strategie di rilancio; con “nostra” sta invece parlando di Ri-Maflow, il progetto nato dalla volontà dei dipendenti licenziati. Gli ex operai, che a marzo 2013 hanno fondato una cooperativa, hanno deciso di specializzarsi nel riciclo di materiali e presto Michele e i suoi compagni avranno tutte le autorizzazione per poter iniziare la nuova attività e garantirsi uno stipendio fisso. L’obiettivo è riassumere tutti i dipendenti che l’azienda aveva nei suoi tempi migliori. A uno stadio più avanzato è il percorso di Fenix Pharma, unico caso italiano di workers buyout in campo farmaceutico. Quando la vecchia società, la Warner Chilcott (ex Procter & Gamble Pharmaceuticals), si ritira dall’Europa, 500 dipendenti vengono licenziati. Tra questi oltre 150 in Italia. Nel 2011 alcuni di loro, cinque manager, decidono di non dispendere il know-how e le competenze acquisite dei propri colleghi e fondano Fenix con il sostegno di Coopfond, il fondo mutualistico della Legacoop, e investimenti personali. Dopo tre anni la cooperativa continua a crescere: «La forma che abbiamo scelto attutisce meglio i contraccolpi della crisi rispetto a un capitalismo finanziario – spiega il presidente Salvatore Manfredi -. In una cooperativa come la nostra, il profitto punta ad arricchire la qualità del lavoro e della vita di ogni componente del gruppo. Anche se guadagno meno rispetto a quando ero manager in una multinazionale, ora non sono più un numero, sono una persona che si impegna per un progetto comune.» L’intervento di Coopfond è diffuso nelle esperienze italiane di workers buyout e consiste essenzialmente nel versare a titolo di prestito un ammontare pari a quello versato dai lavoratori. Successivamente si può attivare attorno alla nuova impresa una cintura di banche come Bper o Banca Etica. Le regioni coinvolte ricalcano la mappa del radicamento cooperativo: Emilia-Romagna e Toscana in testa; Veneto, Lombardia, Umbria, Marche e Lazio a seguire. Per queste operazioni sono stati erogati complessivamente circa 30 milioni di euro. I posti di lavoro “resuscitati” sono più di 600. Per riuscire nell’impresa i dipendenti devono lavorare a un nuovo corso per l’impresa e selezionare al loro interno le figure dirigenziali che avranno il compito di condurre l’azienda. Grazie a questi passaggi, Greslab (che sorge nel distretto della ceramica delle province di Modena e Reggio Emilia) rappresenta l’esperienza più estesa di workers buyout italiano. Con più di sessanta dipendenti e un fatturato milionario in crescita, la cooperativa ha ribaltato con successo il destino della Optima spa, un’azienda posta in liquidazione nel 2010. «Fondamentale – spiega il presidente Antonio Caselli – è stato svilupparci in una zona dove la rete di cooperative e banche è forte. Siamo stati aiutati molto nel processo. A cominciare dall’aspetto psicologico: risorgere dalle ceneri di un’azienda significa riuscire a elaborare il passato e avere la forza di prendersi la responsabilità completa del proprio futuro.»